La fine di Orban
Orban ha perso. E con lui perde, simbolicamente e politicamente, un intero ciclo storico: quello del sovranismo europeo che per anni ha prosperato alimentando paure, divisioni e regressioni democratiche.
Per oltre sedici anni, l’Ungheria è stata il laboratorio del modello sovranista di concentrazione del potere, erosione dello stato di diritto, infiltrazione sistematica delle istituzioni — dalle università ai tribunali — e costruzione di consenso fondato sulla paura.
La paura è il valore chiave del sovranismo, declinato in molteplici e variegate forme.
Paura dell’immigrato, del gay, del trans.
Paura del diverso.
Paura trasformata in strumento politico.
Il secondo valore caratterizzante il sovranismo è invece l'ipocrisia, anch'essa declinata in diversi modi.
Esso si pone ipocritamente come difensore dei valori della cristianità, per poi rigettare quei valori nel disprezzo della povertà e dell'umanità.
Esso si pone ipocritamente come difensore della nazione, per poi essere in realtà sicofante degli interessi della Russia di Putin e degli Stati Uniti.
Non bisogna infatti tralasciare il fatto che, se l'Ungheria di Orban ha rappresentato il cuore del sovranismo internazionale, questo ha trovato terreno fertile grazie a dinamiche internazionali più ampie.
Gli Stati Uniti — sia sotto amministrazioni democratiche, sia in maniera ancora più esplicita durante l’era Trump — hanno contribuito direttamente a rafforzare queste spinte. L'ascesa di un’Europa unita e federale, cioè l'incubo del sovranismo, rappresenterebbe un durissimo colpo all'imperialismo e alla leadership americana. Una potenza da 500 milioni di abitanti, primo mercato mondiale, ricco di storia e turismo, con un primato scientifico in numerosi settori, dotato di un sistema sanitario eccellente e universalmente accessibile, così come di un sistema scolastico — meno performante, ma comunque globalmente accessibile — in netto contrasto con il modello privatistico americano, dove sempre più spesso l’accesso alle cure e alle istituzioni d’élite resta prerogativa dei più ricchi.
Per anni gli Stati Uniti hanno dunque sostenuto — direttamente o indirettamente — i progetti sovranisti in Europa, in particolare con Trump e il suo fidato Bannon, perché, come già dicevano i romani, il modo migliore per garantirsi un’Europa debole e subordinata è il divide et impera.
Non a caso Trump e il suo vicepresidente hanno apertamente appoggiato Orbán durante la campagna elettorale, così come Meloni.
Questa sconfitta segna quindi un'inversione di tendenza del sovranismo, sullo stesso passo della sconfitta al referendum di Meloni in marzo, sovranismo sembrava, fino a poco tempo fa, ovunque in ascesa.
Il motivo del declino è presto detto. Le politiche di Orbán, Meloni e Trump non hanno realmente migliorato la vita dei cittadini.
Il disprezzo per i ceti sociali più deboli, l'aumento del costo della vita a vantaggio di salari sempre più alti per i super-ricchi, tensioni internazionali scatenate per capricci come le politiche dei dazi e l'insensata guerra di Trump all'Iran, che sta portando il mondo intero al collasso economico e energetico.
Il sovranismo non risponde e non può rispondere ai bisogni reali delle persone, ma solo parlare alle pance e alle paure della gente. E' fallimentare perché offre risposte facili a problemi complessi. Ed infine non fa altro che favorire gli interessi delle élites.
Infine, un altro fattore importante ha giocato alla sconfitta di Orban. Le generazioni spesso sottovalutate e vituperate: Millennials e Gen Z hanno votato in massa contro Orbán. Non è un dettaglio, ma un segnale strutturale. Le nuove generazioni, anche grazie a progetti come Erasmus, si sentono sempre più europee e integrate.
In quest'ottica, la sconfitta di Orban non é quindi solo una sconfitta elettorale, ma un segnale culturale che può celare il seme di un nuovo ciclo di valori.